Parlare del concetto di “comune” al Sud significa approfondirne l’addentellato politico ed economico e, quindi, discutere della teoria dei beni comuni. D’altronde il meridione d’Italia genera parecchia invidia in giro per il mondo quanto a risorse cosiddette “indisponibili” come il mare, i laghi e l’intero ecosistema che comprende flora e fauna, ma anche il ricco e variegato patrimonio culturale e archeologico. Tuttavia, il “comune” alla luce del pensiero meridiano acquista un senso più radicale dell’idea benecomunista e, anzi, la precede e la giustifica. Intendiamoci: la teoria dei beni comuni, che vede in gioco pezzi di sinistra non parlamentare insieme con collettivi e movimenti, rappresenta una delle poche idee promettenti della nostra epoca, nella misura in cui prova a mettere in chiaro i limiti della governance neoliberista e a proporre un’alternativa. 
Quel che però sta a valle non è la sfida immediatamente economica ma antropologica che il Sud può sentire sua. L’antropologia, lungi dal configurarsi come un settore scientifico disciplinare da riempire con contenuti, riguarda la nostra vita, la vita degli uomini meridionali. Quello antropologico è uno sguardo materiale che concerne modi di dire e di fare e pratiche di sostentamento. Il Sud, terra di dove finisce la terra, al margine rispetto al centro in cui risiedono le forze dominanti, è chiamato a riscoprire la dimensione non privatista e non individualista dell’esperienza.

Rispetto al concetto di “comune”, in coerenza col suo statuto logico che premia la relazione fra i molti rispetto allo psicologismo solitario del singolo, il Sud è provvisto di un angolo di prospettiva strategico, perché fuori dalle trame del mercato vincente e, quindi, privo di pregiudizio. Disincantato. Nell’ambito di un pensiero del “comune”, la quarta edizione della Scuola estiva in filosofia “Giorgio Colli” di Roccella Jonica sarà interamente dedicata a questo tema. Per noi che siamo dentro la rassegna, discutere “Del comune” (questo il titolo delle giornate di studio che andranno dal 24 al 28 luglio prossimi) vuol dire operare una sorta di auto-psicanalisi, cioè di esaminare a fondo noialtri irreversibilmente legati a una forma di vita associata non merceologica e di capire come meglio difenderci.

Roccella, nel cuore del comprensorio della Locride, distretto crocevia di intrallazzi politico-economici e mafiosi che travalicano i confini regionali e nazionali, sarà meta di intellettuali giovani e meno giovani: dal direttore della Scuola Giuseppe Cantarano al filosofo Gianni Vattimo, dal giurista Ugo Mattei allo storico Piero Bevilacqua, dalla giornalista e saggista Ida Dominijanni all’economista Bruno Amoroso. Oltre ai big, uno spazio decisivo sarà assegnato al seminario animato da laureati, dottorandi e dottori di ricerca sul “sapere come bene comune”. Anche qui l’idea è che ci sia una partita aperta, finalizzata a concepire i saperi come patrimonio della moltitudine e non come proprietà privata da brevettare. Il punto è che non si tratta di un dato acquisito, ma di un obiettivo da raggiungere.